giovedì 18 maggio 2017

TRANSFORMING FASHION - CONFERENZA SULLA MODA TRANSGENDER ALLA NYU DI FIRENZE


TRANSFORMING FASHION
- CONFERENZA SULLA MODA TRANSGENDER
PRESSO LA NEW YORK UNIVERSITY DI FIRENZE

“Per me il bello è il principio vitale che pervade l’universo: che luccica nelle stelle, avvampa nei fiori, si sposta con le nuvole, fluisce con l’acqua, permea la natura ed il genere umano. Contemplando questo principio vitale nella miriade delle sue manifestazioni ci espandiamo entro qualcosa che è più grande di ciò a cui nascemmo. L’ arte è lo specchio che riflette quelle espansioni, a volte per un attimo, a volte in perpetuo.“

È così che Sir Harold Acton esprimeva il suo pensiero nelle sue “Memorie di un esteta” (1948), e già queste parole e il titolo stesso dell’opera dovrebbero farci capire chi era il proprietario della bellissima Villa La Pietra che ospita la sede della New York University a Firenze. Uno scenario da film per parlare di un argomento che è invece molto reale: transforming fashion, il futuro della moda e del genere – o meglio, dei generi – nella moda.

Chi mi segue su Instagram e Facebook avrà visto che la settimana scorsa sono stata nel capoluogo fiorentino per prendere parte a un panel di esperti del settore moda e di gender per parlare di un argomento quanto mai attuale. Jordan Smith – relatrice della conferenza – mi ha invitata in qualità di blogger e modella transessuale, assieme ad Alessandro Trincone, designer, Christina Pacelli, stylist delle celebrità tra cui l’attrice transgender Laverne Cox, Royce Mahawatte, professore di antropologia presso la NYU di Londra, Silvia Tolaro, ricercatrice del Polimoda di Firenze e Saam Emme, CEO del brand Vejas. 

Prima di parlare della conferenza in sé, non posso non spendere due parole sulla meravigliosa sede dell’università che ci ha ospitati, immersa nella vastità di un immenso parco e nell'incantevole quiete che ispira Fiesole; non è infatti possibile camminare per i 23 ettari della tenuta tra regali giardini, miriadi di statue e sontuose fontane, una geometrica limonaia e lunghi viali di cipressi al tramonto senza pensare ai versi di D’Annunzio, le sue poesie fatte di sere dal viso di perla, e gelsi, e olmi, e viti, e i silenzi.

Eccentrico collezionista che ha trasformato la sua casa in un vero e proprio museo, Sir Acton amava circondarsi di lusso e bellezza: un tour privato della villa mi ha permesso di scoprire le meraviglie esposte nelle varie sale, con sete e porcellane provenienti direttamente dalla Cina, squisiti dipinti e splendidi arazzi, soffitti affrescati e marmi italiani, mobili intagliati, statue esotiche e particolari, libri di ogni genere, un giardino spettacolare in cui perdersi in tutti i modi in cui una persona si può perdere. Villa La Pietra nel corso degli anni è stato uno dei salotti più vivi dell’arte e della cultura in Italia, ed ha ospitato sotto il suo tetto personalità del calibro di sir Winston Churchill, Sarah Bernhardt, lady Margareth Tatcher, nonché la famiglia reale inglese: dalle regine Elisabetta e Vittoria, alla principessa Margaret, per finire con Carlo e Diana (di cui campeggiano le foto con dedica nel salone grande). 
Per volontà di Sir Acton stesso – grande esponente della cultura anglo-americana – la Villa fu destinata in eredità alla NYU dopo la sua morte, ed è ad oggi il più grande campus d’Europa. Vi assicuro che le foto non rendono giustizia alla bellezza che pervade questo luogo, e mi sono sentita veramente privilegiata a soggiornare in questo luogo da sogno, e non posso fare a meno di pensare a quanto siano fortunati gli studenti della NYU a poter vivere e studiare qui! 


La conferenza, realizzata con il supporto di Pitti Immagine e Polimoda, è una riflessione su come genere e moda sia siano reciprocamente influenzati nel corso dei secoli e di come questo legame è cambiato e sta cambiando, ma soprattutto quali sono le prospettive della moda in questo senso. Ho pensato di parlarvene qui sul blog perché sono emerse riflessioni e spunti che credo possano interessare a chi mi segue.

L’evento è stato sviluppato attorno a tre punti, ovvero le tre fasi di un prodotto di moda dalla sua nascita al risultato finale vero e proprio visto sulle passerelle e indossato per le strade: designing gender, selling gender e wearing gender. Noi giurati siamo stati invitati ad esporre il nostro pensiero e le nostre esperienze di come i diritti trans abbiano rivoluzionato il sistema moda e, viceversa, come la moda può aiutare le persone transessuali ad integrarsi nella società in maniera ancora più omogenea. Non bisogna dimenticare infatti che il vestirsi è il primo marcatore universale di genere, che da secoli segue il sistema binario uomo/donna, womenswear/menswear come vi dissi già nel mio primissimo post.

In un clima politico ostile e di tensione, nel quale l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ristretto i diritti delle persone transessuali nell’esprimere se stessi in pubblico, la questione del gender si fa sempre più spinosa, e non si può fare a meno di chiedersi in che modo ci si può attivare per cambiare le cose. 
Il problema è questo: se i giornali di moda sono così devoti alla gender-fluidity e all’androginia, se la moda è il regno dei sogni dove tutto può succedere, e la gran parte degli stilisti fa parte della comunità LGBT, perché quella T finale non si rispecchia nelle loro collezioni? Uno dei primi elementi su cui ci basiamo per giudicare il sesso di una persona è il modo in cui si veste: l’abito è per le donne, la cravatta per gli uomini. Siamo stati abituati così, anche se secoli fa le cose erano molto differenti: basta pensare agli egiziani con il gonnellino e l’eyeliner, le tuniche dei senatori romani, i diamanti che prima erano privilegio solo degli uomini in quanto simbolo di potere.

Negli ultimi 3 anni abbiamo assistito ad una vera e propria trans-formazione della società, con un’attitudine sempre più incline alla gender fluidity e al gender bending – ovvero la mescolanza dei generi – esemplificato anche dall’utilizzo di modelle transessuali sulle passerelle: Andreja Pejić è stata consacrata come mannequin più pagata al mondo, e ha sfilato per Jean Paul Gaultier e Marc Jacobs in abiti da uomo; Lea T – grande amica di Riccardo Tisci – posava per Givenchy, Benetton ed Elle; Valentina Sampaio, modella transessuale brasiliana, è recentemente apparsa sulla copertina di Vogue Francia. Ma la questione secondo me, come ho sollevato anche durante la conferenza, è che spesso questo si fa perché è “di moda”, e perché c’è più un interesse nel fare clamore che per una questione di genere in sé: essere trans non è una tendenza, avere modelle transessuali in passerella dovrebbe essere la norma e non l’eccezione, e non ci sarebbe nemmeno tanto bisogno di porre l’attenzione sul fatto che una modella sia trans o meno a mio avviso. È questo che genera infatti la gender fluidity come “trendy” e non come risoluzione vera e propria a un problema che in molti si pongono. E perché questo? Perché ormai il fashion system non è più una fabbrica di sogni, ma una fabbrica per fare soldi, e se hai una modella trans come testimonial, soprattutto in Italia, non vedi, perché crei confusione: l'uomo etero medio non vuole indossare qualcosa di femminile, a maggior ragione se pubblicizzato da una trans. Ne va del loro onore, della loro mascolinità. Questo perché purtroppo nella nostra società il genere viene ancora spesso e volentieri confuso con l’orientamento sessuale, e anche se il mercato femminile si è aperto in maniera considerevole verso l’universo maschile, lo stesso non si può dire del contrario: alle donne piace indossare orologi, camicie, scarpe “da uomo”, ma a nessun uomo che non abbia tendenze transessuali piace mettere cose “da donna”. 
A meno che non diventi di moda.


Conosco un brand italiano che ha avuto come testimonial un modello androgino con risultati disastrosi: perché un conto è se lo fa un designer di successo che fa scalpore con una scelta irriverente e viene acclamato dalla folla, un conto è se lo fa un marchio di mass market – destinato cioè alle masse e non ad una nicchia. Soprattutto in Europa, dove il dogma uomo/donna e il sistema binario che ne consegue è ancora più stretto: ne sono esempi Dolce & Gabbana, che hanno costruito un impero sul binomio maschio/femmina, o Jean Paul Gaultier – apparentemente così aperto e liberale – che ha in commercio due profumi che si chiamano “Le male” e “La femme”. Non fraintendetemi, ho appena citato due dei miei stilisti preferiti al mondo, ma la stessa Christina Pacelli, stylist della celebre attrice transessuale Laverne Cox e ospite del panel, ha dichiarato che ha difficoltà a lavorare con stilisti italiani e francesi, i quali non sempre si dimostrano volenterosi nel collaborare con una persona transessuale.

“La moda ha il potere di glorificare i corpi e le identità, includerle in una narrativa di lusso e beauty”  ha dichiarato una volta Hari Nef, la prima donna transgender assunta dall’agenzia IMG Models Worldwide. “La diversità è tutto”. E invece, per tutta risposta, si tende ancora a un conservatorismo pudico. Si è audaci, si osa, si grida allo scandalo, ma a conti fatti le cose rimangono sempre le stesse, e passata la novità la gente tende a dimenticare in fretta. È difficile, di questi tempi, stare al passo con la moda, sempre più veloce e vorticosa.

Se devo pensare al futuro della moda in tutta onestà, io credo che, ora come ora, il gender non andrà da nessuna parte. Il che non è necessariamente una cosa cattiva. 
La gente ha bisogno di certe etichette, le rassicura. Il gender e la sua demarcazione non sono una cosa necessariamente nociva di per sé: è l’utilizzo che se ne fa che può essere più o meno sbagliato. Io stessa sono legata a certi concetti come quello di femminilità: mi piace essere femminile, mi piace indossare cose “da donna” e che esaltino questa mia caratteristica. Non c’è niente di male. Se un paio di tacchi o una minigonna mi fanno sentire bene perché portano con sé una visione ed una connotazione squisitamente femminile, ben venga. Ma, allo stesso tempo, un ragazzo che ha voglia di mettersi una gonna un paio di tacchi deve poter essere libero di farlo tranquillamente. 

Diciamo che nella Storia, le donne hanno acquisito sempre più diritti nel campo dell’abbigliamento per due motivi: il primo, è che ne sono state e probabilmente ne sono ancora le maggiori acquirenti. Il secondo è il sacrosanto principio del comfort: scendere dai tacchi, poter indossare i pantaloni, liberarsi dei bustini, bruciare i reggiseni, sono tutti step che hanno portato la popolazioni femminile a liberarsi in tutti i sensi, a non essere più costrette in abiti succinti tanto stretti da far mancare il fiato (e non posso non pensare a Rossella O’Hara) ed essere finalmente libere e COMODE. Perché la verità è anche questa: se gli uomini non si sono mai interessati poi più di tanto nell'indossare minigonne e tacchi è perché, in fin dei conti, chi glielo fa fare. Per le donne è stata una conquista dettata dall'esigenza; per gli uomini, invece, sarebbe un traguardo legato all’apparire piuttosto che alla funzionalità.


Negli ultimi anni si è visto un boom dell’unisex, che secondo me è una grandissima cavolata. Innanzitutto, unisex non significa agender – cioè privo di genere – ma spesso si indica con questo termine capi d’abbigliamento insipidi e senza forma, per lo più jeans e T-shirt che sono già abbastanza democratici di loro. Perché non esistono tacchi unisex, o gonne unisex, o abiti a tunica unisex? Quando diciamo unisex in realtà ci stiamo nascondendo dietro un dito, perché neghiamo delle intere categorie merceologiche destinate sia agli uomini che alle donne. 

Qual è allora la soluzione, ci ha chiesto infine Jordan? Quali sono i passi da fare nel concreto per arrivare a una totale democrazia nel vestirsi?
 Io ho detto la mia, e cioè che a mio avviso gli stilisti invece di concentrarsi su cose nuove, su cosa possono inventare, su cosa possono aggiungere, dovrebbero un attimo focalizzarsi su quello che c’è già e cominciare a lavorare su quello. Come? Ad esempio ampliando le taglie!

Le misure contano, non c’è bisogno che ve lo dica io. Io per fortuna ho un corpo esile e un piede relativamente piccolo, quindi non ho troppe difficoltà nel trovare vestiti e accessori della mia misura, ma mi rendo conto che il problema più grande con cui combattono le persone transessuali è trovare un abito da sera della loro taglia o una scarpa col tacco numero 43 che non sia troppo costosa o troppo cheap. Perché le alternative sono quelle: o le scarpe su misura o quelle da drag queen. 
Io da Zara sono una XL da donna, e se mi vedo allo specchio non mi sento una XL: le taglie sono ancora legate a un concetto di peso e obesità completamente sbagliato, e si ignora completamente che un individuo possa semplicemente avere le spalle larghe o essere più alto della norma. Le taglie dovrebbero avere un range che spazi e dia la possibilità a tutti – uomini, donne, trans – di potersi vestire come meglio credono e poterlo fare recuperando facilmente indumenti della loro misura. Già questo sarebbe un piccolo passo in avanti per sovvertire il fashion system e dare a tutti uguali possibilità di esprimere se stessi attraverso la moda. Io sogno ancora un mondo dove le ragazze possono fregarsi la camicia del fidanzato e i ragazzi posso prendere in prestito la gonna delle fidanzate. 


So di essermi dilungata tantissimo, ma spero che questo post atipico vi sia piaciuto e vi abbia spinto a riflettere. Per me è stato un immenso onore aver preso parte a questa conferenza e ci tenevo ad esporre queste idee con un pubblico più vasto.

Ringrazio Jordan che mi ha fortemente voluta a questo panel, la NYU per avermi ospitata, Ellyn, Luca, Angela e Rita e tutte le persone accorse, e soprattutto ringrazio Firenze perché ogni volta che vado è un’iniezione di bellezza pura nelle vene, che fa tanto bene all’anima.

Vi lascio le foto del mio soggiorno fiorentino e chiedo anche a voi: qual è secondo voi il futuro della moda e del gender?  



























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[Special thanks: Wendy@NYU for photo contribution]

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